giovedì 13 giugno 2013

Nuovo racconto!

Dopo l'esperienza di Work In Progress, ci riprovo. Questa volta è un racconto thriller/horror, dal titolo...

Show Time!

http://www.theincipit.com/2013/06/show-time-dystopico/


martedì 21 maggio 2013

Un vecchio progetto ritrovato...(5)

Doni inaspettati

Quartier generale della Ruggine

7.00


La cuccetta riservata a Darius era piccola, umidiccia, e leggermente sporca, ma al ragazzo tutto ciò non importava. Per la prima volta nella sua vita si sentiva parte di qualcosa. Sentiva di essere importante per qualcuno, per qualche fine superiore, sebbene non sapesse bene quale.
<<Hey, Demo-coso, è tempo di rendersi utili! Porta il tuo culo qui in basso!>> Tuonò il vocione del Baffo dal piano inferiore. Darius si alzò dalla branda scricchiolante che gli avevano assegnato e si diresse dove glie era stato chiesto. Ad accoglierlo c'era il Baffo, come previsto, accompagnato però da un ragazzino spelacchiato, poco più che quindicenne probabilmente. Quest'ultimo reggeva una grossa e pesante cassa di armamenti e munizioni di ogni genere.

<<Hey, ragazzo! Questo è Zack, mio figlio, e quello che regge in mano è il tuo prossimo impiego qui alla Ruggine. Se vuoi rimanere qui devi renderti utile, come tutti gli altri. Andiamo a fare di te un cecchino, avanti!>>

<<Piacere, signor Demo>> Squittì il piccolo da sotto la pila di armi.

Prima che Darius potesse replicare alcunchè, si ritrovò con una carabina ad aria compressa fra le mani e un manichino di paglia davanti. Nonostante il nome, un proiettile della carabina era capace di perforare il cranio di un uomo piuttosto cocciuto a circa 60 metri di distanza, il che ne faceva un'arma decisamente letale.

<<Ok, ragazzo, questa, come avrai notato, è una carabina ad aria compressa: un gran pezzo di arma, se me lo chiedi. Prima di tutto devi sapere che le carabine di questo genere hanno un vantaggio enorme sulle altre armi convenzionali: possono sparare qualunque cosa passi dalla loro canna. Non è una carica esplosiva a fare il botto, e questo le rende anche molto più silenziose di una carabina normale. L'unica pecca è che devi caricare ad ogni singolo colpo, e in una situazione piuttosto agitata non è il massimo, ma ci farai l'abitudine.>>

<<Aspetta un attimo, intendi dire che è un'arma a colpo singolo? Come un moschetto o una di quelle cose di migliaia di anni fa?>>

<<Esattamente. I moschetti li userai più in là però; ci vuole una particolare perizia per adoperare quelli.>>

<<Ma è roba da matti, è come combattere un elefante armato di uno stuzzicadenti! Quelli del ministero della Non-Congruenza hanno fucili al plasma e carabine a termite, lance al fosforo e chissà cos'altro! >>

<<Oi, chiudi quella boccaccia, piccola pulce! Non hai idea di ciò che si può fare con quello che abbiamo qui. Il nostro punto forte è, ed è sempre stato, riuscire a fare cose inimmaginabili per chiunque con quello che abbiamo a disposizione, che molto spesso, quando è qualcosa, è merda.
Io ti farò fare miracoli, ragazzo mio, non hai nemmeno idea di ciò che sarai capace di fare quando avrò finito con te!>>

Darius tacque. Quello scoppio d'ira da parte del Baffo lo aveva lasciato senza parole. Era come se fosse affezionato a quel mucchio di ferraglia che si ostinava a chiamare armi.
Rassegnandosi Darius imbracciò la carabina, e tentò di sparare al bersaglio. Il Baffo subito lo corresse, aggiustandogli la posizione dei piedi e delle spalle. Il calcio della carabina andava piazzato in un punto ben preciso, o il rinculo del grosso pistone che si intravedeva sul lato gli avrebbe rotto una clavicola. Di fianco a lui, con un bersaglio analogo, si stava esercitando il piccolo Zack, con una carabina identica alla sua, ma con risultati decisamente sbalorditivi. Ogni colpo andava a segno, perforando e smembrando una parte diversa del manichino, o sempre la stessa, a seconda del capriccio del ragazzo. Ora Darius si sentiva perso, e decisamente incapace.
Il ragazzino mirava, sparava e ricaricava con la stessa naturalezza con cui mangiava la sbobba che servivano alla mensa del quartier generale. Ogni tanto, rendendosi conto di invisibili cambiamenti al suo rendimento, aggiustava una vite, o modificava qualche pezzo del fucile in maniera impercettibile, in modo da mantenere quella infallibile precisione che caratterizzava ogni suo sparo.
Darius riusciva sì e no a colpire il bersaglio.

<<Come te la cavi, Demo? Chiese il Baffo con fare scherzoso, perfettamente consapevole della superiorità di suo figlio in confronto a lui.>>

<<Diciamo che qualcuno qui è partito con un po' di vantaggio>> Rispose di rimando Darius.
<<Un po' di pratica e sarò anche meglio di lui, basta solo avere un po' di pazienza>>

A quel punto un pezzo del corpo principale della carabina di Darius si staccò di netto, e rotolò a terra, come a sottolineare quanto incredibili suonavano le parole di Darius.

<<Ahah, Darius, ragazzo mio, hai ancora molto da imparare!>> Disse il Baffo con una fragorosa risata.

A quel punto successe l'incredibile. Una strana luce brillò per un solo istante negli occhi di Darius.
Una piccola pacca su un angolo del fucile ed esso cadde in pezzi, smontato in ogni suo piccolo componente. Cinque minuti dopo Darius reggeva in mano un nuovo oggetto. Aveva una canna corta, la metà di quella di un fucile, un'impugnatura insolitamente lunga, e una sorta di scatola, che fungeva da rudimentale caricatore sul lato. Darius la puntò verso il manichino, e premette il grilletto. Una raffica di proiettili crivellò il bersaglio, lasciando solo una nube indistinta di paglia e brandelli al suo posto.

<<WOHA! Ragazzo, che diavolo hai fatto a quel fucile?>>

<<Non saprei davvero... Per un attimo tutto mi era chiaro, ed ero certo di ciò che facevo, ma ora mi sembra di non ricordare più nulla. Suppongo di averlo reso più adatto a me. Non sono un grande cecchino a quanto pare...>> Rispose Darius imbarazzato e stupito.

<<Demo, per quanto mi riguarda, se continui così puoi avere tutto l'arsenale a disposizione... Dannazione, guarda in che stato hai ridotto quel bersaglio!>>

Di tutti Darius era il più stupito. Fino ad allora gli era capitato di smontare parecchie cose, di solito per errore, ma non era mai riuscito a ricostruirne una, e tantomeno a modificarla migliorandola.
Aveva percepito una strana sensazione, un' improvvisa chiarezza in tutto ciò che faceva. Una sensazione di appropriatezza, come se tutti i pezzi rispondessero ai suoi comandi e bisogni, una fusione totale con ciò che stava facendo.

Il Baffo concesse il resto della giornata a Darius per chiarirsi le idee e capire che cosa aveva fatto nel poligono di tiro per replicarlo eventualmente su altre carabine. Darius cercava di ripensare a ciò che aveva fatto, ma non riusciva. Era come se gli mancasse l'ispirazione, come se qualcosa di intangibile non ci fosse più. Il momento, l'occasione, le circostanze: Darius non sapeva che cosa aveva innescato quella sua stramba reazione.

Nel pomeriggio incrociò di nuovo la ragazza con cui si era accapigliato nel convoglio che lo aveva portato alla Ruggine, la figlia dell'ex capo-meccanico. Indossava una salopette sporca di grasso e di un colore quasi indefinibile da quanto era sudicia, e portava i capelli legati, perchè non le impedissero la vista. I guanti da meccanico e una pesante chiave inglese indicavano che stava lavorando a qualcosa, e Darius decise di cogliere l'occasione per fare pace con lei scusandosi e offrendo i suoi servigi.

<<Che diavolo vuoi, buono a nulla?>> Fu il saluto della ragazza.
<<Hei, ciao, senti, so che ti devo le mie scuse. Non sapevo che l'ex capo-meccanico fosse tuo padre, altrimenti avrei parlato in modo diverso.>>
<<Ah, questo è poco ma sicuro>>
<<In ogni caso che stai facendo? Ti potrei dare una mano...>>
<<Ahah, un incapace come te? Ne dubito... A meno che tu non sappia qualcosa di motori.>>
<<Beh, dimentichi che, anche se in modo anomalo, sono stato assegnato alla carica di capo-meccanico, quindi qualcosa devo sapere per forza. Lasciami dare un'occhiata, non si sa mai.>>
<<Fai pure, dopo di te. Non vedo l'ora di sapere che cosa pensi di fare con quella chiave serratubi che hai appena tirato su. Avanti, stupiscimi!>>

Darius si abbassò, e guardò attentamente il motore, sperando fortemente per la sua dignità che il suo cervello se ne venisse fuori con qualcosa di fenomenale, e lo cavasse da quell'impaccio. Il suo cervello era un tipo spiritoso apparentemente, perchè lo lasciò sulle spine per 10 minuti buoni, in cui armeggiò senza un paricolare scopo con gli ingranaggi del motore, prima di sentire la stessa sensazione di quella mattina.
Le sue mani procedevano senza indugio, smontando pezzi, riavvitandoli e combinandoli assieme. Chiese qualche pezzo supplementare, ebbe bisogno di nuovi attrezzi, ma il risultato fu sbalorditivo.
Il motore che aveva messo assieme in qualche ora aveva il doppio della potenza e la metà del consumo. Aveva una notevole gamma di utilizzi e applicazioni, e adesso, grazie al suo intervento, poteva sostenere carichi e temperature molto maggiori senza fondersi.
La ragazza era rimasta a bocca aperta durante dutto il processo, da quando aveva iniziato a capire dove voleva andare a parare Darius a quando lui aveva completato il suo intervento facendole scoprire di non aver capito nulla.

<<Che diavolo hai fatto? Se eri così bravo perchè non l'hai detto subito?>>

<<Eh, il problema è che non lo sapevo fino a stamattina>> disse Darius, grattandosi la nuca con finta modestia.

<<E in ogni caso sono solo eventi dettati dal caso e dall'occasione>> spiegò il ragazzo, dando la versione dei fatti che gli sembrava calzare meglio gli ultimi eventi.

<<Beh, speriamo in altre di queste illminazioni allora. In ogni caso penso che sia ora di fare delle presentazioni adeguate. Il mio nome è Rebecca, ma prova a chiamarmi in quel modo e ti ritrovi un occhio nero. Quelli che vogliono rimanere illesi mi chiamano Becky.>>

<<Io sono Darius, detto anche Demo dai miei colleghi, per la mia capacità di demolire qualsiasi cosa tocchi. Penso che però quel nome stia diventando in qualche modo inappropriato ultimamente.>>

giovedì 2 maggio 2013

Un vecchio progetto ritrovato... (4)

Ordini dall'alto

Sala del trono


<<Ehm, mi scusi sua altezza>>

<<Che cosa vuoi, Peters?>>

<<Temo che ci sia stato un problema nel Ministero della Non-Congruenza. Il prigioniero Darius Greensmith è riuscito a scappare.>>

<<Greensmith? Non è quello che sei anni fa provò a ficcare il naso nell'affare del settore numero 5 ?>>

<<Sì, signore, corrisponde.>>

Il reggente aveva un'aria stanca. Quattrocento anni di governo pesavano sulle sue spalle di platino, frutto dell'ultima ricerca sulle protesi umane ad Atlantide. Il reggente era da sempre simbolo di grande prosperità e ricchezza, ed era per questo che si faceva letteralmente “di tutto” per preservarlo nella sua integrità (almeno quella fisica). Al momento appariva come un'elegante accozzaglia di lamine di ottone, oro e platino, che ricoprivano parzialmente il lavoro di fine orologeria al di sotto. Sprofondò nella poltrona di cuoio rosso, adeguatamente imbottita, continuando a fissare Peters con un certo disgusto misto a noia.

<<Peters, che stai facendo ancora lì?>>

<<Signore?>>

<<Hai perso un prigioniero, santo cielo, e uno dei più importanti per giunta, che ti aspetti che ti ordini?>>

<<Signore, vado subito a sistemare tutto. Verrà riacchiappato al più presto>>

Il Reggente tacque. Il suo volto sembrava implorare pietà al cospetto degli anni. Girò la poltrona verso la grande vetrata che dava sulla città. Guglie, pinnacoli, comignoli fumanti, ciminiere, un glorioso tramonto offuscato dal vapore e dal fumo delle fabbriche. Atlantide era cresciuta molto durante il suo governo. Ricordava ancora quando, al suo insediamento, riusciva a vedere dalla sua finestra i confini della città. Ora quei confini erano ben al di là delle sua capacità visive, sebbene avesse protesi telescopiche impiantate in entrambe le orbite.

Si avvicinò ad uno scaffale ripieno di strambi soprammobili, e con un sospiro ne afferrò uno. Era un piccolo e sottile parallelepipedo nero. Una volta quel suo pulsante centrale doveva aver avuto una funzione, ma ora era semplicemente un inerte blocchetto di ferraglia inutile. Sulle mensole dello scaffale c'erano oggetti simili, tutti classificati secondo la loro funzione primaria. Erano stati reperiti tutti durante il suo governo, dalla colonia-esperimento.
Sulla colonia la tecnologia, negli ultimi 100 anni, aveva fatto un balzo gigantesco rispetto a quella di Atlantide, diversificando i suoi interessi e prendendo una strada diversa, microscopica, così poco elegante e raffinata che al Reggente veniva il voltastomaco solo a pensarci. Ad Atlantide, grazie ai sofocrati, il vapore, l'ottone, e i sacri principi rimanevano inviolati. Non si sarebbero mai visti scempi del genere lì. Nostalgico il reggente si sedette ad un piccolo tavolino con un elaborato grammofono sopra. Aveva un numero inspiegabile di trombe, e funzionava a molla, come i migliori della categoria. Prese un vecchio e polveroso disco nero dalla mensola, e dopo averlo ripulito lo pose sul piatto.

<< bzzz …. Mr Watson, come here, I want to see you bzzz...Mr Watson, come here, I want to see you bzzz …. Mr Watson, come here, I want to see you>>

Era una registrazione un po' vecchiotta, di più di un secolo prima, ma serviva al reggente a ricordare quando gli abitanti della colonia si erano discostati dalla verità, ed avevano infranto i sacri principi per sviluppare marchingegni privi di armonia, del tutto inappropriati e blasfemi.

Il Reggente prese una penna stilografica e chiudendo gli artigli di ottone attorno ad essa si mise a scrivere su un pezzo di carta.
Ordini per i Ministeri.
Una volta spedito quel messaggio il Ministero delle Cose Materiali, e in particolare la Gilda dei Meccanici, si sarebbero impegnati a distruggere ogni prova dell'esistenza della matricola promossa a capo meccanico conosciuta come Darius Greensmith detto “Demo”. Il Ministero della Non-Congruenza si sarebbe adoperato per aumentare il numero di pattuglie nelle strade, e soldati dotati di apparecchi detti “Otto-orecchie”, per origliare i discorsi in un raggio di qualche decina di metri , oltre a pubblicare volantini per la cattura di Darius (senza ovviamente nessun nome o cognome), basandosi sul suo volto attuale, promettendo una lauta ricompensa. Il Ministero della Sapienza avrebbe iniziato ad elaborare una strategia per usare Darius, una volta catturato, per strappargli ogni più microscopica informazione a proposito della Ruggine, e possibilmente, per usare egli stesso contro l'organizzazione.
Il Reggente finì di scrivere, fece asciugare il foglio, lo arrotolò, lo inserì in una capsula, e infine lo spedì attraverso la posta pneumatica alla sua segreteria.

Meditabondo si lasciò ricadere sulla poltrona, e si mise a pensare al futuro. Che cosa avrebbero fatto quelli della Ruggine con il meccanico? Che cosa sapeva?
Il ragazzo era un semplice operaio, non poteva avere così tanto acume da arrivare ad una conclusione così vicina alla Verità. Con l'aiuto della Ruggine però aveva la possibilità di andarci molto vicino, e questo andava evitato a tutti i costi.

Il ragazzo non sarebbe mai arrivato a scoprire la verità, mai. Ne andava del suo futuro, di quello di Atlantide, e probabilmente dell'intera umanità. Il ragazzo andava fermato in ogni modo possibile. La Verità doveva essere preservata.

martedì 23 aprile 2013

Alba

Camminavano, mano nella mano, sulla spiaggia. Il sole stava iniziando a bagnarsi nel mare, colorando il cielo di sfumature arancioni e le poche nuvole presenti di rosa. Julia aveva scelto quel posto perché voleva che quelli che potevano essere gli ultimi momenti in cui vedere la persona a cui teneva di più al mondo fossero indimenticabili.
Passeggiavano, parlando del più e del meno, ridendo ognuna delle battute dell’altra, senza preoccuparsi del giorno seguente. Ma bastò una battuta di troppo e un silenzio inquietante scese tra le due.
Julia lasciò la mano della compagnasi allontanò di qualche metro, stringendosi a sé guardando un punto lontano.
-Non voglio, Sarah… non voglio- disse
-Sai che vorrei rimanere, ma non posso- rispose Sarah avvicinandosi alla compagna.
Julia si girò di scatto, guardando l’altra negli occhi -Sai che se non dovessi tornare, non potrei mai perdonarti, vero?-
Sarah abbassò lo sguardo, non voleva che la paura per quella eventualità fosse evidente nei suoi occhi.        --Non dire così…- disse provando a rassicurare sia Julia che se stessa -Se ti fa sentire meglio, posso prometterti che ci rivedremo-
Julia era sull’orlo delle lacrime ma rispose convinta -Promettimelo-
-Ti prometto che ci rivedremo- disse Sarah dolcemente, abbracciando Julia. Rimasero così per qualche minuto: Sarah che stringeva forte Julia che non era riuscita a trattenere le lacrime e piangeva sommessamente.
Il sole, nel frattempo, era calato sempre di più.
Fu Sarah a staccarsi dall’abbraccio e a dire -Devo andare-, senza avere però il coraggio di guardare Julia negli occhi. Si allontanò senza voltarsi, per paura di vedere il volto sofferente della compagna. Raccolse il borsone con la scritta U.S. ARMY da terra e si diresse verso la jeep che la stava aspettando. Il conducente non disse nulla durante il viaggio alla base militare ma sapeva benissimo cosa doveva provare quella novellina: La prima volta è dura per tuttipensò mentre si avvicinava alla base.
Julia rimase sulla spiaggia, senza nemmeno tentare di fermare le lacrime.
Il sole scomparve nel mare.

Erano passati ormai tre mesi da quando Sarah era partita per la missione in Medio Oriente. Julia era seduta in salotto, tenendo tra le mani una foto di loro due. Sarah aveva ancora i capelli lunghi, come prima della sua entrata nell’esercito. Anche se mancava poco all’alba, lei era già sveglia da un pezzo ed era rimasta lì, con la foto in mano: non riusciva a dormire bene da quel fatidico giorno, nemmeno ora.
Sentì bussare alla porta e a malincuore ripose l’immagine sul tavolino ed andò ad aprire.
-Una promessa è una promessa- sentì prima di riconoscere il viso di Sarah sulla soglia. Julia sentì le lacrime uscire dagli occhi mentre si gettava tra le braccia della compagna. -Sapevo che saresti tornata- disse un istante prima di baciare Sarah. -Lo sapevo…- ripeté discostandosi ma rimanendo abbracciata.
Il sole iniziò a sorgere.

lunedì 22 aprile 2013

Paradise Lost

Vorrei fare una piccola premessa, se mi è concesso.
Innanzitutto vorrei dirvi che questa, come molte altre, se non la totalità, delle storie che ho scritto, è nata inizialmente come fantasia scaturita da una canzone. Quella di questo brano è, sorpresa sorpresa, paradise lost dei Symphony X.
Inoltre voreri avvisarvi che quella che state per leggere è, credo, la prima vera "storia" che io abbia mai scritto con intenzione. Quelle precedenti erano solo testi, più che altro temi o compiti a casa. Questa... Diciamo pure che è la mia nascita, la mia morte, la mia condanna.
Ci sono stati giorni in cui ho maledetto quell'istante in cui ho deciso di scrivere le poche righe che seguono, giorni in cui scrivere mi sembrava un dolore più che un piacere.
So... yeah, enjoy.

***
L’ultima cosa che vedo è il sole. Quel sole che ha brillato sulle nostre teste, sulle nostre vite.
Su di noi.
Noi, angeli del paradiso, condannati ad una vita di amore reciproco con tutti… ma con te è stato diverso.
Sin da quando ti ho vista la prima volta, ho capito che non eri un angelo: eri di più. Talmente bella da farmi cambiare idea sul concetto di amore, da farmi pensare a trasgredire a leggi millenarie, che esistono dalla notte dei tempi.
Idee blasfeme, punite con la morte.
Perché anche gli angeli possono morire, gioire, soffrire. Ma senza di te, io soffrivo come non mai, come mai nella mia vita abbia mai fatto.
E quel giorno fatale, quel giorno in cui decisi di trasgredire tutte le regole… lo ricordo con felicità. Quella mattina grigia, fredda, in cui te eri già sveglia e già viva, sulla strada fuori dalla città. Avevo pianificato tutto: la tua caduta, il mio intervento, il mio aiuto…
Il tuo sorriso.
No, questo non l’avevo calcolato: quel tuo sorriso così spontaneo, genuino, bello, che mai ti avevo visto rivolgere a qualcuno. Tu mi hai preso la mano che ti avevo porto con quel sorriso, quel maledetto sorriso… tutti i miei piani sono andati a monte, ho seguito l’istinto:
ti ho baciata.
Un bacio così passionale, così improvviso, ma non per te. Tu lo hai ricambiato, rendendoti complice di un reato peggiore del tradimento: l’amore unico, per giunta tra donne. Quando ho capito la gravità di quel gesto, era troppo tardi, anche per tornare indietro. Così abbiamo continuato a vederci. Mi piaceva, ti piaceva, CI piaceva l’idea di stare insieme, senza impegni, sempre con il timore di essere scoperte. I primi tempi eravamo inesperte, timide, ancora un po’ diffidenti l’una dell’altra, ma con il passare dei giorni all’innocenza è subentrata la passione
La nostra rovina.
Quel giorno eravamo semplicemente assieme sotto a quell’albero, il nostro albero, l’unico testimone dell’inizio della nostra storia, a godere della presenza dell’altra con qualche sporadico bacio innocente… forse uno di troppo. Eravamo troppo prese da noi stesse per preoccuparci di coloro che stavano guardando proprio nella nostra direzione. Quando lo raccontarono al tribunale, sapevamo entrambe che era finita.
Il nostro sogno si era concluso così.
Ma io non avrei mai sopportato di vederti morire… così mi sono fatta avanti per proteggerti, nonostante sapessi che tu non avresti voluto. Ho confessato tutto, ho mentito, ho pregato, ho pianto per salvarti.
Ed alla fine ce l’ho fatta.
Sei stata graziata, sei stata messa al bando e fatta ritornare sulla Terra, ma almeno sei viva. Io invece sto pagando la tua, la NOSTRA, libertà. Mentre mi avvicino alla scure, non una lacrima riga il mio viso, se non appena prima dell’attimo fatale: non per tristezza, ma per te che hai dovuto pagare così tanto per la mia decisione.
L’ultima cosa che vedo è il sole.
So che tu ci sei. E sempre ci sarai.
Chiudo gli occhi, la lacrima mi cade.

venerdì 19 aprile 2013

Un vecchio progetto ritrovato... (3)

Sangue e Ruggine


<<Darius Greensmith, 22 anni, residente ad Atlantide da 12, esatto?>>

<<Esatto, ma lei chi è? E dove sono? Come ci sono arrivato qui?>>

<<Si calmi per favore, otterrà tutte le risposte a tempo debito. Lei è stato incaricato di sistemare il guasto al settore 5, esatto?>>

<<Sì, ma questo che c'entra?>>

Di colpo Darius iniziò a capire che l'affare in cui si era cacciato era più grande persino di quello che pensava. La preoccupazione di un'implicazione nelle indagini di un omicidio non lo sfiorava nemmeno, ora che presentiva le dimensioni della faccenda.
La voce dell'uomo sembrava provenire da molto lontano, come se fosse riprodotta da un altoparlante. Eppure l'uomo era lì, intangibile e indistinguibile; una silhouette appena accennata a pochi metri da lui.

<<Dica, Darius, ha detto a nessun altro di ciò che ha visto al settore 5?>>

<<Cosa? Che dovrei aver visto?>>

<<Abbiamo frugato il suo appartamento, quindi non menta. Sappiamo che è a conoscenza di fatti importanti, in cui non dovrebbe aver ficcato il naso.>>

<<Ah...>>

Come aveva fatto a non pensarci? In fondo l'avevano portato lì da casa sua, ricordava ancora perfettamente di essersi addormentato nel suo letto. Avrebbero potuto benissimo rivoltare il suo appartamento da cima a fondo un numero imprecisato di volte prima che lui si svegliasse. Con l'affiorare di queste considerazioni Darius cercò anche di ricostruire la dimensione temporale. Quanto tempo era passato? La stanza non sembrava avere finestre, e anche se ce le avesse avute, dovevano essere state oscurate in maniera impeccabile. Impossibile stabilire l'ora in alcun modo.

<<Ripeto, ha mai parlato a qualcuno di ciò che ha visto nel settore 5 ?>> tuonò la voce metallica.

<<No>>

<<Molto bene. >>

Un attimo di pausa. Sembrava che l'uomo riflettesse sul da farsi.

<<Conosce i princìpi dei Reggenti?>>

<<Beh, più o meno... Perchè?>>

<<Una delle formule fondamentali è “ciascuno faccia la sua parte per il bene superiore, e tutti faranno il bene di tutti”>>

<<Uhm, sì, mi sembra giusto, e allora?>>

<<Bene, sono contento che lei condivida il principio, perchè la sua “parte” qui è terminata, e dunque non può essere che d' intralcio. >>

<<Cosa? Che diavolo sta dicendo?>>

<<Addio signor Greensmith>>

Un rumore secco, come di un interruttore, e la voce si spense. Darius si ritrovò a contemplare l'uomo nella penombra, ancora sconvolto dalle parole che aveva appena udito. Balzò dalla sedia, come assediato da un terribile dubbio, e si recò più vicino alla scrivania. I suoi occhi cercavano febbrili la prova dei suoi sospetti, un piccolo appiglio in quella situazione così disperatamente vaga. Le sue dita tremanti cercarono la copertura della lanterna cieca e la rimossero in un solo colpo.
Ingranaggi piccoli come la capocchia di uno spillo. Darius aveva davanti a sé un automa.
Scarlatte e circondate da raggi di luce, le iniziali del Ministero della Sapienza erano incise e dipinte sulla fronte del costrutto, a marchiarne indelebilmente l'origine.
Darius iniziava a sudare freddo. Sentiva le pungenti gocce di sudore scendergli piano piano lungo la colonna vertebrale, atterrito dalla possibilità che il suo interrogatorio non sarebbe stata l'unica cosa a finire lì, in quella stanza buia. Ad un tratto il clangore di una porta, e una lama di luce attraversarono la stanza, quasi accecando Darius.
Quattro mani forzute, coperte da guanti di spesso cuoio da lavoro lo tirarono su di peso, trascinandolo fuori. Corridoi stretti e spogli, fatti di cemento armato, labirintici. Un'altra stanza, illuminata questa volta, ma molto meno accogliente della precedente. Una macelleria.
Ganci appesi al soffitto trasportavano quarti di bue e interi maiali verso nuovi sminuzzamenti sempre più meticolosi. A terra grossi tombini raccoglievano avidi il sangue che colava a fiumi dalle carcasse, senza esserne mai sazi, come pesanti sanguisughe di ferro. Una luce chiara, diurna, filtrava dalle inferriate della macelleria, ma sembrava così distante a Darius, infinitamente irraggiungibile, ora che la sua vita stava per terminare. Il sangue umano è del tutto uguale a quello di un maiale, o di un bue, a prima vista. Nessuno si sarebbe mai accorto della differenza, una volta smaltiti gli scarti della macelleria. Darius si domandava se almeno avrebbero avuto la decenza di non tritarlo e darlo in pasto a qualcuno. Gli energumeni che lo stavano trasportando indossavano lunghi grembiuli bianchi, o che almeno una volta erano di quel colore. Ad un tratto Darius la vide: una grossa e affilata sega circolare, lucente e incorruttibile, fatta per affondare attraverso carne, cartilagini e ossa come una lama rovente nel burro. Era quella che avrebbero usato per mettere fine alla sua breve e insignificante vita di meccanico. Darius stava pensando che almeno aveva raggiunto la carica di capo meccanico, del tutto invidiabile ai suoi coetanei, quando una forte esplosione distolse la sua attenzione, sostituendo ai suoi pensieri un fischio acuto e prolungato.
La pesante porta della macelleria era stata divelta dai suoi cardini, fumo e macerie riempivano gli occhi e le gole degli astanti, quando un paio di occhiali da saldatore, grossi e tondi, si pararono davanti a Darius. Sotto agli occhiali c'erano anche un paio di baffi, delle braccia, e una persona, pensò il giovane, stordito dall'esplosione, ma non ebbe il tempo di inserire tutte queste informazioni in una domanda di senso compiuto, perchè venne subito indirizzato verso il punto in cui una volta c'era la porta, e da lì portato fuori. Un piccolo scorcio di cielo, la ruota pesante e borchiata di un macchinario industriale, e via, a tutto gas in una nuvola di fumo nero e scintille.
Darius, scosso da quel terribile susseguirsi di eventi non ebbe di meglio da fare che vomitare.
Dopo che si fu ripreso un po', si guardò attorno, riconoscendo l'interno di un furgone industriale, impiegato di solito nel trasporto di carbone. I suoi salvatori a quanto pare erano tre, quattro incluso il conducente del veicolo. Darius osservò che portavano abiti da meccanici, spessi, con finiture di ottone ed estremità rinforzate, stivali alti, robusti e sporchi, cappelli da operai, bucati e fuligginosi, occhiali più per proteggere gli occhi che per aiutare la vista. Uno di loro sembrava più gracile degli altri, benchè quegli abiti facessero sembrare chiunque almeno il doppio della sua stazza. Quello con i baffi, che aveva portato fuori Darius, si sfilò gli occhiali e si tolse il cappello.

<<Fiuu, caspita, è stata una bella sorpresa, eh?>> chiese all'uomo che aveva davanti
<<Ahah, ci puoi giurare amico, se lo ricorderanno per un po' quei figli di puttana!>>
<<Hei ragazzo, dicci un po', che si prova ad avere appena vinto un'altra chance?>>

Darius ancora un po' scosso cercò il fiato per rispondere

<<Beh, un bel sollievo direi>>
<< Ahah, sante parole figliolo!>>

Il gracile si tolse a sua volta occhialoni e cappello: era una ragazza. Una lunga massa di capelli ondulati e neri come il carbone ricadde sulle sue spalle. Un paio di occhi azzurri, carichi di energia, ma penetranti come elettro-lance si fissarono su Darius.

<<E così tu saresti Darius, il sostituto del capo meccanico?>>

<<Sì, sono io, ma non mi sono certo offerto volontario.>>

<<Non me ne importa un cavolo se sei un volontario o no, siamo tutti in questa merda per una decisione del Fato, no di certo perchè ce lo siamo scelto noi.>>

<<Non so nemmeno chi siate, stavo solo specificando, dato che ultimamente ho dovuto fare parecchia attenzione alle parole che mi escono di bocca.>>

<<Beh, se non vuoi che ti riportiamo ai tuoi aguzzini allora ti consiglio di continuare su quell'andazzo>>

Darius si sentiva offeso. Ciò a cui era sopravvissuto aveva dell'incredibile, e questa sputa-sentenze non aveva nulla di meglio da fare che farlo sentire un verme.
Il baffone si mise a parlare, cercando di placare gli animi.

<<Hey, vediamo di non perdere la calma, mi sembra che siamo tutti parecchio nervosetti qui. La situazione è bollente, e probabilmente il nostro amico qui non ha idea di quello che sta succedendo.
Prima di tutto devi sapere che se ti abbiamo salvato, è solo perchè odiamo più di ogni altra cosa il Ministero della Sapienza, e tu sembravi un bel problema per loro, tanto da scomodare i reparti speciali del Ministero della Non-Congruenza per prelevarti. Il tuo lavoro deve averli in qualche modo ostacolati, e siamo tutt'orecchi per sapere da te che diavolo stessi facendo. Noi siamo tutti ex-meccanici, manovali, gente comune, tutti mossi da un obiettivo solo: giustizia. Facciamo tutti parte di un' organizzazione clandestina che combatte ormai da mesi contro il sistema dei Ministeri e la Sofocrazia in generale. In parole povere siamo cittadini, incazzati neri, e con una tale dose di esplosivi e armi non-convenzionali da poter essere uditi sino dall'ultima spira del Palazzo dei Reggenti.>>

A questo punto il Baffo si infilò una mano nella tasca interna del giaccone per estrarne una fiaschetta di liquore da cui tracannò qualche sorso, come per scacciare la solennità con cui aveva pronunciato quell'ultima frase, e cadde nel silenzio.

<<Merda, ora capisco che intendeva la Bolton per “fortunato” quando parlava del capo meccanico>>

Darius si ritrovò la canna di un saldatore elettrico ad alto voltaggio tra i denti.
I capelli scarmigliati della ragazza la facevano sembrare una furia nel suo moto d'ira così rapido e istintivo.

<<Prova un'altra volta a dire che mio padre è stato “fortunato” e ti friggo le cervella, lurido bastardo!>> la ragazza inveì contro Darius.

<<Tuo padre? … Mi dispiace, non lo sapevo. Sono stato dove è successo, e so che deve essere stato terribile. Conoscevo tuo padre solo di fama, non parlava certo con le matricole come me, ma mi è sempre sembrato un uomo onesto. Riposi in pace>>

All'udire quelle parole la furia della ragazza sembrò incrinarsi in una miriade di frammenti, ed esplose in un pianto sommesso, mentre la ragazza si rimetteva a sedere contro la paratia del veicolo.

<<C'è altro che devo sapere? Magari uno di voi è il figlio di un Reggente, o qualcosa di simile>>
sbottò Darius contro il Baffo con risentimento per aver tralasciato quell'informazione fondamentale.

<<No, non per ora, almeno. Fra poco arriveremo al quartier generale della Ruggine, e lì ti saranno date tutte le spiegazioni di cui hai bisogno.>>

<<La Ruggine? E che diavolo sarebbe?>>

<<La Ruggine siamo noi, ragazzo, il peggior nemico dell'ingranaggio.>>

How to save a life


-Dobbiamo parlare-.
Rimasi sorpresa da quelle sue prime parole. Mi aspettavo un “Ciao”, mi sarei accontentata di un “Ah, sei tu”. No, mi aveva detto che dovevamo parlare. E già immaginavo l’argomento.
Mi fece entrare in casa sua: un appartamento la cui prerogativa era il bianco. Bianche le pareti, bianchi i mobili, bianche le sedie nel salotto dove mi condusse e dove mi fece accomodare.
Presi la sedia più vicina a me, lei si mise oltre il tavolo posto al centro della stanza, spostandosi verso la mia sinistra –Siediti. È solo una chiacchierata, giusto?- chiesi. Mi sorrise educatamente, come per rispondermi di sì ed io rimasi ferma, seduta su quella sedia mentre pensavo di già di scappare da quella casa, chiedendomi perché mai sono venuta qui.
Il silenzio si protrae da molto, non so però giudicare da quanto: in questo lasso di tempo io non mi sono mossa dalla mia sedia, al contrario della mia interlocutrice che si è seduta ma nessuna delle due ha ancora avuto il coraggio di cominciare la discussione.
Non è la prima volta che ho questo tipo di conversazione: la prima e unica altra volta che mi sono trovata in una situazione del genere è stato tanto tempo fa, quando andavo al college.
Era un periodo piuttosto confuso della mia vita: non ero sicura di niente se non del fatto che trovavo stranamente carina la mia migliore amica, la persona con la quale ho passato quasi più tempo della mia esistenza rispetto alla mia famiglia. Errore, madornale errore. Non capivo perché, non capivo il motivo per cui la mia infatuazione era così contro natura per lei. Passò una settimana dalla mia, come dire, “rivelazione” prima di poter parlare ancora con lei e non fu affatto piacevole: la persi. Per sempre.
Fu un errore rivelarle ciò che ero, ciò che sono.
Un errore mi sembrava anche ciò che stavo per fare: mi schiarii la voce e cominciai ad esporre le mie motivazioni, ciò che provavo per lei e, speravo, quello che lei provava per me. Perché sapevo, SO, che anche lei era arrivata al punto che avevo passato io anni prima, ma non lo voleva accettare. Ammise un paio di cose, come il fatto di sentire un tuffo al cuore quando ci abbracciavamo o di trovarsi a pensare a me più volte durante la giornata… io invece continuai a dire che la amavo, che era normale se lei non voleva sottostare subito questo cambiamento, che volevo sapere se era disposta ad accettarmi.
Rimase in silenzio, con la testa china e mi disse una cosa sola: -Esci da casa mia per favore-. Vidi che stava per mettersi a piangere e con il cuore spezzato decisi di assecondarla, così uscii da casa sua e mi diressi verso il primo bar aperto che trovai.
Sentii un tuono mentre entravo nel locale.

*****

WHAT IS RIGHT AND WHAT IS WRONG
GIVE ME A SIGN… WHAT IS LOVE?

Le pale girano lentamente, con un ronzio sommesso. Una canzone ben ritmata suona nel juke-box ma nessuno questa sera sembra intenzionato a ballare. Quattro avventori al bar: tre uomini assieme, al loro solito tavolo, al centro del locale e una donna, seduta su uno degli sgabelli del bancone. Per i tre uomini è ora di andare, come al solito un po’ alticci ma senza eccessi. La donna non si muove.
È la prima volta che la vedo qui: si nota che non è mai stata in un posto del genere o se ci è già stata deve essere proprio disperata per restare alla fine del bancone, il punto meno in vista del locale. Da quando è entrata ha solamente chiesto una bottiglia di scotch. Non un cocktail, non un quartino ma una bottiglia di scotch. Da quando gliela ho porta ha versato un bicchiere ed è rimasta lì, ferma, con il liquore in mano. Sembra n trance, assorta dalla musica: annuisce di tanto in tanto, come per dare ragione alle parole delle canzoni (che tra l’altro non credo di aver scelto bene: un miscuglio di generi e artisti incredibile) e, specialmente con l’ultimo brano, versa qualche lacrima se la melodia o le parole sono particolarmente commoventi. Io intanto inizio a dare una pulita ai bicchieri… diavolo, sembra una di quelle classiche scene da bar dei film: locale vuoto tranne che per l’eroe e il barista, quest’ultimo che pulisce all’infinito lo stesso bicchiere. Poi arriva una donna all’improvviso spalancando la porta e rovina la scena.
La nuova arrivata è bagnata fradicia: a quanto pare fuori piove a dirotto e lei non ha un ombrello.

I DON’T WANNA BE A FOOL FOR YOU
JUST ANOTHER PLAYER IN YOUR GAME FOR TWO
SHOCK ME HIT ME BUT
THERE AIN’T NO LIE BABY, BYE BYE BYE

La canzone è cambiata: le voci di una boy band anni ’90 risuonano ora.
La ragazza appena entrata si dirige verso l’ultima cliente senza degnarmi di uno sguardo, la gira, le fa posare il bicchiere e la bacia.
Mi ha stupito. Dico davvero!
Un bacio appassionato, da lasciare senza fiato: infatti si staccano solo dopo parecchi minuti per respirare, dopodiché iniziano a parlare. La nuova continua a chiedere scusa e incolparsi per Dio solo sa cosa mentre inizia a piangere. Al contrario, la ragazza dello scotch le dice di non preoccuparsi, che va tutto bene, che non è successo niente. Dopo un bel po’ si abbracciano: ormai piangono entrambe e si scatenano i classici “ti amo” da innamorati. Rimangono così finchè non do un colpo di tosse e loro, trasalendo, ritornano alla realtà e diventano rosse. Non provano nemmeno a spiegare: non ce n’è bisogno. Le chiedo se possono uscire dato che il bar lo devo chiudere e loro dicono di sì farfugliando. Porgo loro un ombrello da sotto il bancone, accettano ed escono mano nella mano, stringendosi quando aprono l’ombrello e se ne vanno. Io rimango solo, pulendo il bancone.

IF YOU’RE LOST YOU CAN LOOK
AND YOU’LL FIND ME
TIME AFTER TIME

Lascio andare il juke-box ancora un po’, sorseggiando dello scotch.

lunedì 15 aprile 2013

Un vecchio progetto ritrovato... (2)

La filosofia dell'ingranaggio

Il cancello che delimitava il settore numero 5 era interamente in acciaio. Sembrava essere un'imitazione riadattata di quello che in superficie era chiamato “stile liberty”, prima che la ruggine e l'incuria lo trasformassero in un intrico grottesco di ingranaggi. Lo stile architettonico della città era tutt'uno con la filosofia dei sofocrati: l'apoteosi dell'ingranaggio. L'ingranaggio era visto e celebrato in ogni sua forma come la struttura perfetta. Ricoperto interamente di denti, esso girava in sincrono con qualsiasi altro ingranaggio ruotasse nel senso opposto, assecondando il suo eterno movimento in una perfetta armonia. Proprio grazie a quella stessa proprietà, però, esso era capace di triturare qualsiasi cosa si opponesse alla sua inesorabile rotazione. Questa era la filosofia dei sofocrati, e lo scheletro della società. Gira nel senso giusto o verrai sbriciolato.
Il cancello era circondato da filo spinato, e aveva un'aria molto pesante, decisamente indistruttibile, tuttavia a Darius bastò mostrare il suo ID nuovo di zecca per farsi aprire ed entrare.
L'area del settore era ampia 2 km quadrati, completamente ricoperta da macchinari, enormi, potenti, sbuffanti, e soprattutto parzialmente sconosciuti a Darius. Probabilmente nemmeno il precedente capo meccanico conosceva esattamente lo scopo di tutti i macchinari che risiedevano lì come tanti giganti luccicanti di spie e luci intermittenti ad indicare il loro funzionamento costante. Dormienti giganti di metallo, che ogni tanto nel sonno si rigiravano, muovendo ruote, comprimendo pistoni, facendo scattare molle, girando carrucole: era questa l'immagine che quel luogo ricordava a Darius.
<<E ogni tanto qualcuno ci lascia le penne, eh Darius?>> sussurrò con fare insinuante una vocina nella testa del ragazzo, ma Darius la soffocò subito, decidendo di dirigersi verso l'area del problema, cercando di passare meno tempo possibile sul luogo della tragedia. Girò per una mezz'oretta buona, mormorando tra sè e sè frasi rassicuranti, e cercando di non pensare a che genere di problema potesse essere quello a cui avrebbe dovuto far fronte. Il terminale della macchina adiacente alla scena del delitto aveva smesso di funzionare, ed era suo compito farlo ripartire. Darius notò con sollievo che l'ingranaggio della foto sul giornale era stato ripulito, a parte qualche macchietta qua e là, e che i resti sanguinolenti del suo capo erano già stati già portati all'obitorio. Sul terminale non c'erano segni della terribile violenza che aveva ridotto il suo ex principale ad un mucchietto di materiale biologico, e questo dava a Darius ancora meno prove su quale fosse stata la causa del guasto. <<Un terminale è un terminale, può assistere al più efferato degli omicidi con la stessa freddezza con cui assiste ai cicli di routine quotidiani>>, tornò a sibilare la vocina nella testa di Darius. Il giovane meccanico smontò l'interfaccia per dare un'occhiata all'interno, e subito si rese conto della causa del guasto: un fusibile di sicurezza era stato spezzato dall'esterno e il liquido isolante si era riversato all'interno del circuito, rendendo impossibile farlo ripartire. Darius decise di sostituire tutto, e tirò fuori dalla borsa una serie di schede simili a quella da sostituire per trovare la più adatta all'occasione, e dopo averla trovata e sostituita, fece ripartire il terminale. Tutto regolare, un lavoro semplice quanto veloce. 
Il terminale, come scoprì mettendolo in funzione, serviva a far partire la macchina che aveva dietro, quella dell'ingranaggio incriminato. Forse avrebbe dovuto sporgere denuncia al Ministero della Non-Congruenza, c'era qualcosa di strano in quel fusibile rotto dall'esterno e in un errore così banale da parte di un capo meccanico. Subito però gli venne in mente che di sicuro ci doveva aver già pensato qualcun altro. Soddisfatto dalla conclusione della sua giornata di lavoro, e finalmente libero di godersi altre quattro ore di sonno, si diresse verso casa, con la scheda inutilizzabile fra le mani, e un caos indicibile nella testa.
Una volta a casa, dopo aver mangiato un po' di cibo liofilizzato (l'unico che si adattasse bene alle esigenze di uno scapolo che lavorava continuamente come lui), si mise a guardare il Wattz Show. Quella sera presentavano un innovativo modello di costrutto, uno dei primi costrutti umanoidi. Era un lavoro da mastri orologiai, un intrico di ingranaggi non più grandi della capocchia di uno spillo. Cose del genere, pensò Darius, le avrebbe viste solo tra qualche decina d'anni dal vivo. Dopo tutto, erano sempre quelli del Ministero della Sapienza a trarre profitto per primi dalle nuove tecnologie.
Dopo lo show, esausto, ma spinto da una malsana curiosità, il ragazzo si mise dietro al suo bancone da lavoro e tirò fuori dal borsone la scheda malandata. Con molta pazienza iniziò a rimuovere il liquido isolante dagli interstizi, pulendo i sottili tubi di ottone, e ingrassando di nuovo le piccole rotelle di acciaio, mentre l'altra metà della sua mente continuava a sussurrargli
<<Cosa speri di trovare, Darius? Le prove di un omicidio? Vuoi proprio cacciarti in questa faccenda fino al collo?>>
Sì, lo voleva.
Una volta finito il lavoro, collegò la scheda ad uno schermo nuovo, per vedere che cosa fosse memorizzato in quel rottame. Tutto normale, un noiosissimo terminale per l'utilizzo di un trasformatore di scorie: utilizzi regolari, sempre gli stessi utenti, sempre alla stessa ora...
Ad un tratto Darius sobbalzò: l'ultimo utilizzo non era stato registrato da nessuno, ed appariva causato da una sorta di cortocircuito intenzionale. Era un'evidente manomissione.
<<Ok, questo è importante>>
sussurrò con un filo di voce il ragazzo, ancora spaventato e stupito dalla sua scoperta, e decise che il giorno successivo sarebbe andato al Ministero della Non-Congruenza a riferire tutto. Tuttavia mancava ancora così tanto tempo prima dell'apertura del Ministero...  Tempo che Darius avrebbe usato per dormire.

*click*

Una luce abbagliante, probabilmente causata da una lampada ad incandescenza ferì gli occhi di Darius. 
Il ragazzo si svegliò di soprassalto, e si accorse che a diffondere la luce non era affatto la sua odiata sveglia ambientale. Si guardò attorno: non era a casa. La luce proveniva da un faro posto al di sopra della sua testa, che proiettava una luce talmente forte da sembrare densa, e da far sentire Darius, nel suo pigiama, completamente nudo.
Attorno il buio pesto, sotto di lui un pavimento di piastrelle che gli facevano pensare a quelle di un ospedale; pratiche e facili da pulire.
Davanti a lui una scrivania distinguibile solo dalla fiochissima e smorzata luce di una lampada cieca puntata sul ripiano.

<<Lei sapeva>>

Il giovane sobbalzò, e a mala pena rimase sulla sedia su cui si accorse di essere seduto, dopo aver sentito una voce metallica provenire da un punto indistinto davanti a lui. I suoi occhi si abituavano a stento alla fioca luminosità, ma distinsero la sagoma di un uomo, seduto dietro alla scrivania.

<<Lei sapeva che si sarebbe cacciato nei guai, signor Darius>>

Work In Progress

Facendo contento il Capo, metto anche qui il link al mio racconto su THe iNCIPIT, arrivato ormai al quinto capitolo su dieci
http://www.theincipit.com/2013/03/work-in-progress-dystopico/
Read, share & vote!
...se avete voglia, beninteso...

domenica 14 aprile 2013

Un vecchio progetto ritrovato...

Atlantide 2011 d.c / 2500 G.R.

(2500 anni dopo la terza Grande Rivoluzione, che riportò la megalopoli alla sofocrazia dopo un secolo di disorganizzata repubblica)

6:30

Darius socchiuse gli occhi, accecato dalla luce candida e pura della sveglia ambientale regalatagli da suo cugino Bert. Si maledisse in cuor suo per aver deciso di usarla invece di buttarla in una scatola insieme a tutti i regali da riciclare, e si alzò dal letto, mugugnando maledizioni. Obbligato dalla luce intensa ad abbandonare ogni prospettiva di continuare il suo tanto agognato riposo, si diresse verso il bagno per rassettarsi davanti allo specchio e indossare la sua divisa da meccanico semplice. Guardando la sua immagine riflessa si rese conto per l'ennesima volta che non assomigliava certo al muscoloso meccanico dall'aria determinata mostrato sui depliant dell' MCM (Ministero delle Cose Materiali) per cui lavorava. Le sue braccia ricadevano rachitiche e flosce sui fianchi, la salopette da lavoro appesantita dalle chiavi inglesi e dal resto dell'equipaggiamento gli andava decisamente larga. Aveva delle profonde occhiaie dovute al turno precedente, terminato non più di quattro ore prima, e i suoi capelli erano disordinati e sporchi, coperti dal cappello più per decenza che per abitudine.
L' MCM era un'importantissima istituzione all'interno di Atlantide e si occupava praticamente di tutto: dall'assistenza ospedaliera alla costruzione di nuovi edifici, fino alla ricerca in campo scientifico, insomma, come diceva il nome, di tutto ciò che è materiale e soggetto al deperimento: dal corpo umano al più alto dei grattacieli. Spesso la gente si chiedeva che cosa sarebbe stato il mondo senza l'MCM, ma la risposta era quantomai difficile da trovare, dato che a memoria di ogni cittadino, l'MCM c'era sempre stato, solido, efficiente e laborioso.
Darius aveva 19 anni, lavorava da pochissimo come meccanico, ma era già consapevole di non avere molte speranze di avanzare di grado, dato che sembrava che i motori e le valvole nutrissero un risentimento inspiegabile nei suoi confronti, motivo per cui al lavoro si era guadagnato il soprannome di “Demolitore”, o anche solo “Demo”, per gli amici. Era una vita dura, che si addiceva ad un individuo “non-produttivo” e testardo come Darius.
Arrivata l'ora di uscire, Darius si mise la sacca degli attrezzi in spalla e si avviò trascinando i piedi verso il posto di lavoro. Il corpo principale dell'edificio della gilda dei meccanici era una fumante fabbrica con 4 altissime ciminiere, dove gli avrebbero affidato le commissioni della giornata. Salutati i pochi colleghi nell'androne si diresse verso il banco “assegnazione” (a cui spesso veniva anteposta ironicamente una “r”), e fece notare la sua presenza con un lieve colpetto di tosse. Subito, da dietro al bancone, una donna di mezza età dall'aria esperta lo squadrò dall'alto in basso con due enormi occhiali a “fondo di bottiglia” per capire con chi stesse per parlare, e sbottò:
<<Ah, Demo! Quanto tempo! Cosa saranno state, quattro ore?>>
<<Sono quattro ore e mezza per l'esattezza>>
Darius borbottava assonnato. La donna gli consegnò una tabella con vari indirizzi: la giornata di lavoro. Ogni indirizzo corrispondeva ad un incarico che avrebbe dovuto svolgere, e la lista occupava due pagine. Darius fece scorrere gli indirizzi sconfortato, presentendo il carico di lavoro che lo aspettava.
<<Signora Bolton, qui ci deve essere un errore. Io non ho l'autorizzazione a mettere le mani nel settore 5. Sono ancora una semplice matricola>>
La signora Bolton lo squadrò di nuovo, questa volta con aria visibilmente contrariata, come se non afferrasse il problema.
<<Vieni qui>>, e gli strappò il cartellino che teneva appeso alla divisa riportando i suoi dati e il suo grado.
Dopo aver incenerito il cartellino gettandolo in un cestino apposito glie ne passò un altro, nuovo di zecca, che diceva che lui era Darius Greensmith, capo meccanico della sezione Teta, al lavoro da più di 20 anni.
<<Signora Bolton, ma non mi crederà mai nessuno!>> sentenziò Darius.
<<E' che siamo a corto di personale, e non affiderei un incarico così ingrato a nessuno dei tuoi colleghi. Hanno tutti una famiglia, e rifiuterebbero subito se sapessero cosa è accaduto all'ex capo reparto>> rispose la segretaria con voce arcigna.
<<Perchè, scusi, che è successo all'ex capo reparto?>>
<<Sicuro di volerlo sapere? Comunque puoi scoprirlo da solo, è su tutti i giornali, sia sulla prima pagina che sui necrologi. Che fortuna sfacciata>>
E con quella frase sinistra si lasciò il ragazzo allibito alle spalle e tornò a parlare con una sua collega di come fosse miracoloso il nuovo trattamento ringiovanente appena lanciato sul mercato dalla MCM.
Darius per un momento fu scosso dall'improvvisa promozione (aveva saltato ben 5 gradi), e non poteva fare a meno di pensare alla considerevole responsabilità di un capo reparto. Il pensiero venne quasi subito offuscato da quello della paga di un capo reparto, e successivamente dalla fatica che lo aspettava in quell'insolito giorno.
I primi sette lavori erano semplici, e tutti localizzati nel quartiere est della zona povera, vicino a dove era situata la sua sede centrale. Tra tubazioni da riparare e controlli stagionali alle caldaie, Darius se la sbrigò in poche ore, cosa che gli fece cambiare prospettiva nei confronti della giornata che lo aspettava. Se fossero stati tutti impegni così semplici, forse sarebbe riuscito a tornare a casa in tempo per il “Wattz Show”, il famosissmo programma educativo sulle ultime scoperte in campo scientifico che fin da bambino lo aveva tanto preso da provare più volte ad assistere alle riprese dal vivo. Darius si scrollò le spalle per scacciare quelle fantasie e tornò a concentrarsi sul lavoro.
Il compito successivo era nel bel mezzo del quartiere ricco della città, e per raggiungerlo avrebbe dovuto infilarsi nel sistema di trasporto pressurizzato, chiamato colloquialmente “imbottigliamento”. L'imbottigliamento consisteva in una serie di tubi pressurizzati che scorrendo sia in superficie che sotto, potevano portare un individuo “imbottigliato” ovunque egli volesse in massimo 15 minuti. Il giovane così si recò presso una stazione, una serie di tubi aperti su un lato, tutti della larghezza di una persona, e prese in mano la sua capsula, ridotta ad un cubetto. Premendo un pulsante la sganciò, facendola ingrandire in maniera esponenziale, fino a farla diventare delle dimensioni esatte di una persona. Una volta imbottigliato percepì la solita nausea e turbinio di colori che caratterizzano l'imbottigliamento, ma a cui gli abitanti si abituano verso i 16 anni, età in cui possono entrare in una capsula senza essere eccessivamente sballottati. Gli ci vollero 4 minuti per raggiungere il centro città, dove stavano le grandi ville dei ricchi e i grattacieli dei supermiliardari: enormi costruzioni splendenti di luci calde o fredde, a seconda dei gusti del proprietario. Girando per la città si intravedevano antiquate carrozze d'epoca trainate da cavalli meccanici, splendidi costrutti messi assieme con la precisione di un orologiaio, tubi pneumatici di lucido ottone per i messaggi e la corrispondenza più urgente, grosse insegne colorate, e sfarzo, pompa e lusso dappertutto.


Sull'incarico c'era scritto semplicemente “riparazione di cella di fusione”, senza ulteriori dettagli. Il luogo era una grossa villa antica, tetto spiovente a falde ricurve, rifinita in rame ossidato e verdognolo, cosparsa di faretti rossi nascosti che le conferivano un aspetto più moderno, proiettando sulle pareti una luce soffusa. Darius suonò il campanello e si presentò. Subito l'imponente cancello all'entrata si spalancò e la figura di una donna sui 25 anni si stagliò sulla porta oltre il viale. Darius la raggiunse, e domandò dove fosse il problema, quando fosse comparso, ecc... Le solite domande di routine insomma.
La donna lo condusse in uno scantinato, dove era collocata la cella di fusione: un'imponente cella metallica delle dimensioni di un frigorifero aziendale. Darius ringraziò e si mise all'opera.
Da un primo esame sembrava che la cella fosse stata aperta in maniera non convenzionale e che fosse stato forzato qualcosa al suo interno. Darius però sul momento non capiva cosa, e soprattutto non teneva particolarmente a capire il perchè di quel tentativo. A quei tempi chiunque si sentiva in grado di riparare una cella di fusione, ed era proprio per riparare i danni ulteriori causati in questo modo che i meccanici della MCM venivano chiamati più spesso. Ad un tratto il giovane si accorse di una stranezza: l'intero scomparto era pulitissimo, lindo, ci si sarebbe potuti specchiare, mentre presumibilmente doveva essere impolverato, se non ricoperto da una spessa patina di sostanze chimiche adibite al raffreddamento. Controllò il numero di matricola dell'apparecchio e scoprì con stupore che non era affatto nuovo come sembrava, ma aveva almeno 20 anni. Passando ad un esame più attento aprì un comparto di servizio, per controllare che i circuiti principali fossero a posto, ma aprendo lo sportello venne investito da una zaffata di odore di marcio e un leggero rivolo marroncino uscì dall'anta aperta.
C'erano due falangi di un dito umano incastrate tra i denti di un ingranaggio, apparentemente strappate con una brutalià inimmaginabile.
Schifato Darius rimosse le falangi e chiamò subito la donna, (supponendo che fosse la padrona di casa), che accorse subito, e si scusò, spiegando che suo marito aveva in precedenza provato ad aggiustare il macchinario da solo, ma con pessimi risultati, riuscendo a ferirsi in modo grave. Poco soddisfatto dalla spiegazione, e ancora decisamente scosso, Darius fece ripartire il marchingegno, che ora funzionava a meraviglia. Salutò la donna ed uscì in strada il più in fretta possibile, contento di essersi lasciato alle spalle quel macabro episodio.
Inspirando a pieni polmoni l'inquinatissima aria di Atlantide si convinse di aver assistito ad un evento del tutto normale. Era contento; passare per il quartiere dei ricchi era sempre un piacere, ed era un po' come andare ad un museo di opere d'arte, o in un negozio costosissimo in cui si va solo per ammirare gli oggetti in vetrina, ma mai per comprare. Inoltre era l'unico posto nella città in cui i depuratori d'aria funzionassero in maniera impeccabile, e quindi ci si poteva permettere di prendere ampie boccate d'aria senza dover tossire l'attimo successivo. Trovò un'edicola, e decise di comprare il giornale, ma di colpo si ricordò delle strane parole che avevano accompagnato la sua promozione quella mattina. Sulla prima pagina del Rombo di Atlantide c'era un enorme ingranaggio tinto di rosso, appartenente ad un grosso macchinario che non conosceva.
Dal titolo che citava “TRAGICO INCIDENTE NEL SETTORE 5”, e dai frammenti organici che si intravedono nella foto, Darius dedusse che l'ingranaggio non era “dipinto” di rosso, ma imbrattato di sangue da cima a fondo. Trattenendo i conati di vomito al solo ricordo della sua precedente esperienza, iniziò a leggere l'articolo con foga, scoprendo che i resti mostrati in copertina appartenevano al suo vecchio capo reparto, e che la foto era stata scattata esattamente nel settore 5, area in cui lui, fino a poche ore prima, non avrebbe mai sognato di poter mettere piede.
Darius infilò il giornale nella tracolla e fece scorrere la lista degli impegni: ne era rimasto solo uno, ed era marchiato con l'indirizzo “SETTORE NUMERO 5”.

venerdì 12 aprile 2013

Presentazione

Caro lettore, cara lettrice, con questo scritto mi impongo di fare buon uso del tempo che mi concedi,
quindi con poche righe tenterò di spiegare il motivo per cui scrivo queste storie.

Perchè parlare di mondi lontani? E' forse questa una semplice lettura d'evasione?
Credo di no, con queste storie del futuro cerco di sondare il presente, isolando i singoli fenomeni e analizzandoli in un contesto differente, come con un modello matematico.
Non è forse questa la funzione della letteratura fantascientifica?
Dietro una maschera totalmente aliena e estranea essa ci ripropone, secondo schemi differenti, i problemi della nostra realtà: la politica, la sociologia e la psicologia per esempio.
Un cambio di prospettiva così drastico se anche fosse conoscitivamente inefficace rimane spesso affascinante, chi di noi non è rimasto attratto dall'universo di Star Wars o di Matrix?

Io in primis parto da zero, vago di fronte all'incertezza quando scrivo il mio racconto,
per questo motivo il viaggio che proverò a compiere sarà un viaggio al fianco di voi lettori.

Lunga vita e prosperità.

Quiete apparente

Il mio nome è #792876.
Impiego: sensore.

La Comune ha bisogno di me, io sono un suo occhio, un suo orecchio.
Viaggio tra le menti delle persone alla ricerca del dissenso.

La storia è un'istanza esemplare della natura umana, sfogliando le sue pagine assaporiamo l'aspro gusto dell'egoismo misto all'acre odore del sangue.
I primi teorici del pensiero comune furono ridicolizzati per anni dall'intero mondo politico e filosofico;
l'ipotesi di poter curare tutti i mali della società prima ancora che i loro sintomi si manifestino era evidentemente troppo avveniristica per il 2021.
Quasi dieci anni più tardi le carte in gioco cambiarono.
L'umanità messa in ginocchio dai conflitti batteriologici arrivò a mutare il suo genoma per sopravvivere.
Questo le donò la sensibilità telepatica, e con lei noi: i sensori.

Oggi il mio percorso attraversa tutta la decima partizione.
La distanza ravvicinata con i soggetti è necessaria per una buona perlustrazione mentale,
inoltre mi è sempre piaciuto lo stile sobrio delle abitazioni operaie.
Appena sceso dal trasporto magnetico vengo assalito da una vigorosa dissonanza olfattiva: il suk.
Le abitazioni della partizione dieci non sono provviste dell'alimentazione autonoma,
uomini e donne ogni due giorni si riversano in strada per comprare il loro cibo.
Mentre avanzo per la direttrice primaria del quartiere vengo urtato da un'anziana signora carica di borse.
Il profilo delle prime tre partizioni si distingue appena tra i vapori dei banchi di vendita e il basso sole mattutino proietta lunghe ombre sulle coperture trasparenti dei banchi di vendita; mi persuado a iniziare.

Chiudo gli occhi, libero la mente, la sento arrivare.
Come uno tsunami, l'onda di pensieri mi sommerge, osmoticamente tentando di riempire il mio cranio.
Dopo quindici anni di esperienza è istintivo ordinare la massa cognitiva in funzione dell' aggressività latente e della tendenza alla distruzione.
I soliti clichè di pensiero mi nauseano, gelosia e invidia,
a queste persone è concesso il lusso di preoccuparsi di tali frivolezze.

Le ore scorrono imperterrite, il sole è allo zenit, giungo ai bordi del suk.
Un urlo mi congela il sangue.
Mi volto di scatto nella sua direzione per carpirne l'origine ma la folla continua a muoversi senza aver reagito.
Il grido di prima non tarda a rifarsi vivo, questa volta comprendo una cosa:
E' nella mia testa.

giovedì 11 aprile 2013

Presentazione?

Presentazione, eh? Beh, da una presentazione ci si aspetta una serie di dati: nome, cognome, età, sesso, genere, questo tipo di cose insomma...
No, non ve le darò.
E allora voi penserete: "Ah, che stronzo, si crede un gran ribelle, o qualcosa del genere, un vero simpaticone insomma".
E io vi risponderò: "In realtà non sono nulla di tutto ciò, è solo che non voglio."
Sono fatto così, odio i ficcanaso. A questo punto penserete che io sia un burbero e uno scontroso, e in effetti non siete lontanissimi dalla verità.
"Ma che palle questo tizio che parla sempre con così tanta considerazione di se stesso, sembra che sia una sorta di borioso e tronfio scrittore di terza classe che si crede chissà chi", penserete voi.
E io per dispetto vi aggiungerò un'intera e completa riga di vocaboli altisonanti e aulici esclusivamente con una pomposa e doppia aggettivazione per ogni singolo e unico vocabolo. Perché d'altronde siete voi che avete scelto di leggere questo testo, io ho solo la responsabilità di averlo scritto. Bene, stabilita questa relazione un po' scricchiolante e permeata da un certo velato disprezzo tra me scrittore, e voi lettori, direi che possiamo cominciare. Io non sono uno che dà al pubblico quello che vuole, ve lo dico subito chiaro e tondo. La mia opera è mia (sì, lo so, è una tautologia), e sono io a scegliere chi vive e chi muore, cosa viene distrutto e cosa sopravvive, se è tutto un sogno o se è la pura verità, se voglio raccontare di fatti realistici o della prima cosa che mi passa per la testa, pura astrazione filosofica della mia coscienza delirante.
Detto questo, inizio a scrocchiarmi le nocche.

THe iNCIPIT: che cos'è?

Faccio questo post perchè alcune persone qui dentro (e in futuro forse anch'io) hanno avviato un racconto online su The Incipit.
Ma che cos'è The Incipit?

The Incipit, citando il sito stesso, è una piattaforma (italiana) per racconti interattivi online.
Questi racconti (divisi in 10 capitoli) vengono pubblicati direttamente dagli autori e permette ai lettori di decidere e cambiare il corso della storia votando una fra le 3 "vie" proposte dall'autore stesso.

La decisione più votata sarà quella che darà origine al capitolo successivo, e così via.

A questo proposito, vi propongo la storia su The Incipit scritta dal nostro Dystopico:

Work In Progress

giunta ormai al 4° Capitolo.
Man mano che usciranno i nuovi capitoli posterà il link qua, così potrete leggere, commentare e votare la storia.

Se volete anche voi iscrivervi al sito e scrivere il vostro racconto potete farlo qui:

http://www.theincipit.com/

Matteo "Nightdevil" Marchetti

mercoledì 10 aprile 2013

Il vizio (Presentazione)



Il vizio. Qualcosa che non puoi smettere , qualcosa che non puoi controllare. E’ come un vortice che ti trascina, un ciclo, un’eterna rinascita. Puoi decidere che hai smesso , che hai il totale controllo della tua vita … Tutte stronzate e lo sai anche tu. Quante volte ti sei ripromesso di smettere? Quante volte hai mentito a te stesso e a chi ti stava intorno ? Già, chi ti sta intorno mentre dalle tue labbra esce ancora quella grande bugia.
-Ho smesso- dici sorridendo con il petto gonfio d’orgoglio e lo sguardo fiero.
 Ti guardano , sorridono , ti fanno i complimenti…
“Sono solo convenzioni sociali , una marea di parole già sentite , già pronunciate da qualcuno, già scritte” Pensi.
Il vizio ritorna non c’è niente che tu possa fare. Prima o poi “Lui” … o “Lei” tornerà.
E così ti ritrovi in piedi, in mezzo agli amici. Il sapore amaro del fumo invade la tua bocca, lo senti sulla lingua, pungente, quasi fastidioso; scende giù per la gola e ti inonda i polmoni di un’inebriante piacere tossico. Fumi l’ennesima “Ultima sigaretta” mentre distrattamente ascolti i discorsi dei tuoi compari. Troppo preso a gustarti quel mortale piacere.
Ma qualcosa cattura la tua attenzione. Un membro del gruppo se ne esce con una proposta allettante. Scrivere in un blog per dare sfogo alla nostra vena artistica. Una cosa senza impegno. Così, per divertirsi.
Ed ecco un altro tuo vizio ritorna. Avevi deciso che scrivere non ti avrebbe portato a niente, che era solo una perdita di tempo e che farne un lavoro era un sogno irrealizzabile. Eppure sei qui e stai scrivendo perché è la tua passione, ti fa sentire importante, vivo.

Questa è la mia personale esperienza, spero che vi divertiate a leggere i miei racconti e quelli dei miei esimi “colleghi”.
Un saluto dal vostro Fyscon.

Presentazione

Guardo ancora il bicchiere. Ormai è rimasto solo del ghiaccio, il liquido ambrato che mi riscalda la gola è già finito.
Ho perso il conto delle volte che ho alzato il braccio per portarmi alla bocca un bicchiere come quello che tengo in mano ora. Ma non è così importante.
Avevo lasciato, per un periodo. Quel gesto così semplice mi ricordava troppe cose brutte che mi erano successe: delusioni, sogni infranti... Tutti collegati a piccoli movimenti che non portavano a nulla, se non ad un crescente senso di impotenza e di scoramento.
Ma adesso sono di nuovo qui, nello stesso punto.
Di nuovo ad ubriacarmi.
Di nuovo a raccontarmi a chi vuole ascoltare.

Un nick, un programma: Dystopico.
Salve a tutti voi.

martedì 9 aprile 2013

Benvenuti

Benvenuti nel blog, a breve gli autori inizieranno a pubblicare i propri racconti. Commentateli, condivideteli, fateci sapere la vostra opinione!

Buona lettura!