La filosofia dell'ingranaggio
Il cancello che delimitava il settore
numero 5 era interamente in acciaio. Sembrava essere un'imitazione
riadattata di quello che in superficie era chiamato “stile
liberty”, prima che la ruggine e l'incuria lo trasformassero in un
intrico grottesco di ingranaggi. Lo stile architettonico della città
era tutt'uno con la filosofia dei sofocrati: l'apoteosi
dell'ingranaggio. L'ingranaggio era visto e celebrato in ogni sua
forma come la struttura perfetta. Ricoperto interamente di denti,
esso girava in sincrono con qualsiasi altro ingranaggio ruotasse nel
senso opposto, assecondando il suo eterno movimento in una perfetta
armonia. Proprio grazie a quella stessa proprietà, però,
esso era capace di triturare qualsiasi cosa si opponesse alla sua
inesorabile rotazione. Questa era la filosofia dei sofocrati, e lo
scheletro della società. Gira nel senso giusto o verrai sbriciolato.
Il cancello era circondato da filo
spinato, e aveva un'aria molto pesante, decisamente indistruttibile,
tuttavia a Darius bastò mostrare il suo ID nuovo di zecca per farsi
aprire ed entrare.
L'area del settore era ampia 2 km quadrati,
completamente ricoperta da macchinari, enormi, potenti, sbuffanti, e
soprattutto parzialmente sconosciuti a Darius. Probabilmente nemmeno
il precedente capo meccanico conosceva esattamente lo scopo di tutti
i macchinari che risiedevano lì come tanti giganti luccicanti di
spie e luci intermittenti ad indicare il loro funzionamento costante.
Dormienti giganti di metallo, che ogni tanto nel sonno si rigiravano,
muovendo ruote, comprimendo pistoni, facendo scattare molle, girando
carrucole: era questa l'immagine che quel luogo ricordava a Darius.
<<E ogni tanto qualcuno ci lascia
le penne, eh Darius?>> sussurrò con fare insinuante una vocina
nella testa del ragazzo, ma Darius la soffocò subito, decidendo di
dirigersi verso l'area del problema, cercando di passare meno tempo
possibile sul luogo della tragedia. Girò per una mezz'oretta buona,
mormorando tra sè e sè frasi rassicuranti, e cercando di non
pensare a che genere di problema potesse essere quello a cui avrebbe
dovuto far fronte. Il terminale della macchina adiacente alla scena
del delitto aveva smesso di funzionare, ed era suo compito farlo
ripartire. Darius notò con sollievo che l'ingranaggio della foto sul
giornale era stato ripulito, a parte qualche macchietta qua e là, e
che i resti sanguinolenti del suo capo erano già stati già portati
all'obitorio. Sul terminale non c'erano segni della terribile
violenza che aveva ridotto il suo ex principale ad un mucchietto di
materiale biologico, e questo dava a Darius ancora meno prove su
quale fosse stata la causa del guasto. <<Un terminale è un
terminale, può assistere al più efferato degli omicidi con la
stessa freddezza con cui assiste ai cicli di routine quotidiani>>,
tornò a sibilare la vocina nella testa di Darius. Il giovane
meccanico smontò l'interfaccia per dare un'occhiata all'interno, e
subito si rese conto della causa del guasto: un fusibile di sicurezza
era stato spezzato dall'esterno e il liquido isolante si era
riversato all'interno del circuito, rendendo impossibile farlo
ripartire. Darius decise di sostituire tutto, e tirò fuori dalla
borsa una serie di schede simili a quella da sostituire per trovare
la più adatta all'occasione, e dopo averla trovata e sostituita,
fece ripartire il terminale. Tutto regolare, un lavoro semplice
quanto veloce.
Il terminale, come scoprì mettendolo in funzione,
serviva a far partire la macchina che aveva dietro, quella
dell'ingranaggio incriminato. Forse avrebbe dovuto sporgere denuncia
al Ministero della Non-Congruenza, c'era qualcosa di strano in quel
fusibile rotto dall'esterno e in un errore così banale da parte di
un capo meccanico. Subito però gli venne in mente che di sicuro ci
doveva aver già pensato qualcun altro. Soddisfatto dalla conclusione
della sua giornata di lavoro, e finalmente libero di godersi altre
quattro ore di sonno, si diresse verso casa, con la scheda
inutilizzabile fra le mani, e un caos indicibile nella testa.
Una volta a casa, dopo aver mangiato un
po' di cibo liofilizzato (l'unico che si adattasse bene alle esigenze
di uno scapolo che lavorava continuamente come lui), si mise a
guardare il Wattz Show. Quella sera presentavano un innovativo
modello di costrutto, uno dei primi costrutti umanoidi. Era un lavoro
da mastri orologiai, un intrico di ingranaggi non più grandi della
capocchia di uno spillo. Cose del genere, pensò Darius, le avrebbe
viste solo tra qualche decina d'anni dal vivo. Dopo tutto, erano
sempre quelli del Ministero della Sapienza a trarre profitto per
primi dalle nuove tecnologie.
Dopo lo show, esausto, ma spinto da una
malsana curiosità, il ragazzo si mise dietro al suo bancone da
lavoro e tirò fuori dal borsone la scheda malandata. Con molta
pazienza iniziò a rimuovere il liquido isolante dagli
interstizi, pulendo i sottili tubi di ottone, e ingrassando di nuovo
le piccole rotelle di acciaio, mentre l'altra metà della sua mente
continuava a sussurrargli
<<Cosa speri di trovare, Darius?
Le prove di un omicidio? Vuoi proprio cacciarti in questa faccenda
fino al collo?>>
Sì, lo voleva.
Una volta finito il lavoro, collegò la
scheda ad uno schermo nuovo, per vedere che cosa fosse memorizzato in
quel rottame. Tutto normale, un noiosissimo terminale per l'utilizzo
di un trasformatore di scorie: utilizzi regolari, sempre gli stessi
utenti, sempre alla stessa ora...
Ad un tratto Darius sobbalzò: l'ultimo
utilizzo non era stato registrato da nessuno, ed appariva causato da
una sorta di cortocircuito intenzionale. Era un'evidente
manomissione.
<<Ok, questo è importante>>
sussurrò con un filo di voce il
ragazzo, ancora spaventato e stupito dalla sua scoperta, e decise che
il giorno successivo sarebbe andato al Ministero della Non-Congruenza
a riferire tutto. Tuttavia mancava ancora così tanto tempo prima
dell'apertura del Ministero... Tempo che Darius avrebbe usato per
dormire.
*click*
Una luce abbagliante, probabilmente
causata da una lampada ad incandescenza ferì gli occhi di Darius.
Il
ragazzo si svegliò di soprassalto, e si accorse che a diffondere la
luce non era affatto la sua odiata sveglia ambientale. Si guardò
attorno: non era a casa. La luce proveniva da un faro posto al di
sopra della sua testa, che proiettava una luce talmente forte da
sembrare densa, e da far sentire Darius, nel suo pigiama,
completamente nudo.
Attorno il buio pesto, sotto di lui un
pavimento di piastrelle che gli facevano pensare a quelle di un
ospedale; pratiche e facili da pulire.
Davanti a lui una scrivania
distinguibile solo dalla fiochissima e smorzata luce di una lampada
cieca puntata sul ripiano.
<<Lei sapeva>>
Il giovane sobbalzò, e a mala pena
rimase sulla sedia su cui si accorse di essere seduto, dopo aver
sentito una voce metallica provenire da un punto indistinto davanti a
lui. I suoi occhi si abituavano a stento alla fioca luminosità, ma
distinsero la sagoma di un uomo, seduto dietro alla scrivania.
<<Lei sapeva che si sarebbe
cacciato nei guai, signor Darius>>
Il primo capitolo era interessante e ispirava curiosità,
RispondiEliminaquesto mi ha assolutamente rapito, non vedo l'ora di leggere il seguito!
Eh, dai, nei prossimi giorni pubblicherò il resto, vita permettendo...
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