lunedì 15 aprile 2013

Un vecchio progetto ritrovato... (2)

La filosofia dell'ingranaggio

Il cancello che delimitava il settore numero 5 era interamente in acciaio. Sembrava essere un'imitazione riadattata di quello che in superficie era chiamato “stile liberty”, prima che la ruggine e l'incuria lo trasformassero in un intrico grottesco di ingranaggi. Lo stile architettonico della città era tutt'uno con la filosofia dei sofocrati: l'apoteosi dell'ingranaggio. L'ingranaggio era visto e celebrato in ogni sua forma come la struttura perfetta. Ricoperto interamente di denti, esso girava in sincrono con qualsiasi altro ingranaggio ruotasse nel senso opposto, assecondando il suo eterno movimento in una perfetta armonia. Proprio grazie a quella stessa proprietà, però, esso era capace di triturare qualsiasi cosa si opponesse alla sua inesorabile rotazione. Questa era la filosofia dei sofocrati, e lo scheletro della società. Gira nel senso giusto o verrai sbriciolato.
Il cancello era circondato da filo spinato, e aveva un'aria molto pesante, decisamente indistruttibile, tuttavia a Darius bastò mostrare il suo ID nuovo di zecca per farsi aprire ed entrare.
L'area del settore era ampia 2 km quadrati, completamente ricoperta da macchinari, enormi, potenti, sbuffanti, e soprattutto parzialmente sconosciuti a Darius. Probabilmente nemmeno il precedente capo meccanico conosceva esattamente lo scopo di tutti i macchinari che risiedevano lì come tanti giganti luccicanti di spie e luci intermittenti ad indicare il loro funzionamento costante. Dormienti giganti di metallo, che ogni tanto nel sonno si rigiravano, muovendo ruote, comprimendo pistoni, facendo scattare molle, girando carrucole: era questa l'immagine che quel luogo ricordava a Darius.
<<E ogni tanto qualcuno ci lascia le penne, eh Darius?>> sussurrò con fare insinuante una vocina nella testa del ragazzo, ma Darius la soffocò subito, decidendo di dirigersi verso l'area del problema, cercando di passare meno tempo possibile sul luogo della tragedia. Girò per una mezz'oretta buona, mormorando tra sè e sè frasi rassicuranti, e cercando di non pensare a che genere di problema potesse essere quello a cui avrebbe dovuto far fronte. Il terminale della macchina adiacente alla scena del delitto aveva smesso di funzionare, ed era suo compito farlo ripartire. Darius notò con sollievo che l'ingranaggio della foto sul giornale era stato ripulito, a parte qualche macchietta qua e là, e che i resti sanguinolenti del suo capo erano già stati già portati all'obitorio. Sul terminale non c'erano segni della terribile violenza che aveva ridotto il suo ex principale ad un mucchietto di materiale biologico, e questo dava a Darius ancora meno prove su quale fosse stata la causa del guasto. <<Un terminale è un terminale, può assistere al più efferato degli omicidi con la stessa freddezza con cui assiste ai cicli di routine quotidiani>>, tornò a sibilare la vocina nella testa di Darius. Il giovane meccanico smontò l'interfaccia per dare un'occhiata all'interno, e subito si rese conto della causa del guasto: un fusibile di sicurezza era stato spezzato dall'esterno e il liquido isolante si era riversato all'interno del circuito, rendendo impossibile farlo ripartire. Darius decise di sostituire tutto, e tirò fuori dalla borsa una serie di schede simili a quella da sostituire per trovare la più adatta all'occasione, e dopo averla trovata e sostituita, fece ripartire il terminale. Tutto regolare, un lavoro semplice quanto veloce. 
Il terminale, come scoprì mettendolo in funzione, serviva a far partire la macchina che aveva dietro, quella dell'ingranaggio incriminato. Forse avrebbe dovuto sporgere denuncia al Ministero della Non-Congruenza, c'era qualcosa di strano in quel fusibile rotto dall'esterno e in un errore così banale da parte di un capo meccanico. Subito però gli venne in mente che di sicuro ci doveva aver già pensato qualcun altro. Soddisfatto dalla conclusione della sua giornata di lavoro, e finalmente libero di godersi altre quattro ore di sonno, si diresse verso casa, con la scheda inutilizzabile fra le mani, e un caos indicibile nella testa.
Una volta a casa, dopo aver mangiato un po' di cibo liofilizzato (l'unico che si adattasse bene alle esigenze di uno scapolo che lavorava continuamente come lui), si mise a guardare il Wattz Show. Quella sera presentavano un innovativo modello di costrutto, uno dei primi costrutti umanoidi. Era un lavoro da mastri orologiai, un intrico di ingranaggi non più grandi della capocchia di uno spillo. Cose del genere, pensò Darius, le avrebbe viste solo tra qualche decina d'anni dal vivo. Dopo tutto, erano sempre quelli del Ministero della Sapienza a trarre profitto per primi dalle nuove tecnologie.
Dopo lo show, esausto, ma spinto da una malsana curiosità, il ragazzo si mise dietro al suo bancone da lavoro e tirò fuori dal borsone la scheda malandata. Con molta pazienza iniziò a rimuovere il liquido isolante dagli interstizi, pulendo i sottili tubi di ottone, e ingrassando di nuovo le piccole rotelle di acciaio, mentre l'altra metà della sua mente continuava a sussurrargli
<<Cosa speri di trovare, Darius? Le prove di un omicidio? Vuoi proprio cacciarti in questa faccenda fino al collo?>>
Sì, lo voleva.
Una volta finito il lavoro, collegò la scheda ad uno schermo nuovo, per vedere che cosa fosse memorizzato in quel rottame. Tutto normale, un noiosissimo terminale per l'utilizzo di un trasformatore di scorie: utilizzi regolari, sempre gli stessi utenti, sempre alla stessa ora...
Ad un tratto Darius sobbalzò: l'ultimo utilizzo non era stato registrato da nessuno, ed appariva causato da una sorta di cortocircuito intenzionale. Era un'evidente manomissione.
<<Ok, questo è importante>>
sussurrò con un filo di voce il ragazzo, ancora spaventato e stupito dalla sua scoperta, e decise che il giorno successivo sarebbe andato al Ministero della Non-Congruenza a riferire tutto. Tuttavia mancava ancora così tanto tempo prima dell'apertura del Ministero...  Tempo che Darius avrebbe usato per dormire.

*click*

Una luce abbagliante, probabilmente causata da una lampada ad incandescenza ferì gli occhi di Darius. 
Il ragazzo si svegliò di soprassalto, e si accorse che a diffondere la luce non era affatto la sua odiata sveglia ambientale. Si guardò attorno: non era a casa. La luce proveniva da un faro posto al di sopra della sua testa, che proiettava una luce talmente forte da sembrare densa, e da far sentire Darius, nel suo pigiama, completamente nudo.
Attorno il buio pesto, sotto di lui un pavimento di piastrelle che gli facevano pensare a quelle di un ospedale; pratiche e facili da pulire.
Davanti a lui una scrivania distinguibile solo dalla fiochissima e smorzata luce di una lampada cieca puntata sul ripiano.

<<Lei sapeva>>

Il giovane sobbalzò, e a mala pena rimase sulla sedia su cui si accorse di essere seduto, dopo aver sentito una voce metallica provenire da un punto indistinto davanti a lui. I suoi occhi si abituavano a stento alla fioca luminosità, ma distinsero la sagoma di un uomo, seduto dietro alla scrivania.

<<Lei sapeva che si sarebbe cacciato nei guai, signor Darius>>

2 commenti:

  1. Il primo capitolo era interessante e ispirava curiosità,
    questo mi ha assolutamente rapito, non vedo l'ora di leggere il seguito!

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  2. Eh, dai, nei prossimi giorni pubblicherò il resto, vita permettendo...

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